Con violenza giovanile si intende solitamente il ricorso o la minaccia di violenza fisica e/o psicologica da parte di una o più persone, ragazzi tra 10-18 anni e giovani tra 18-25 anni, nei confronti di terzi. Il diritto penale minorile è molto chiaro, ma un po’ meno lo sono le politiche di prevenzione e di sensibilizzazione, e i tentativi che molti esperti criminalizzano, ancor prima di comprendere.
I primi fattori di responsabilità sarebbero da ricercare nell’emarginazione e nell’esclusione sociale. Da cosa dipenderebbero? Prima di tutto da situazioni culturali e migratorie che generano focolai sparsi su tutto il territorio nazionale; secondo dalle condizioni economiche in grado di arginare molte prospettive future; per ultimo dalla dimensione socio-mediale che, se mal gestita, alimenta il potere dell’ignoranza e dell’arroganza.
I conflitti fin da sempre costituiscono una componente della convivenza tra uomini e come tale, la violenza spesso entra in linea con una matrice di condotta inevitabile.
Rafforzare la motivazione giovanile e dare loro maggiore spazio sociale costituiscono i veri approcci preventivi contro l’aggressività. Essere incapaci di risolvere discordie tra pari significa riflettere la propria condizione di essere deboli e ammettere un senso di impotenza che conducono a ideali di accomplessamento della propria identità.
Se è pur vero che la violenza giovanile è quella che viene perpetrata dal minore in forme che vanno dal bullismo al parricidio, è anche quella alla quale il minore viene sottoposto negli anni della formazione della sua personalità. In fase adolescenziale, quando il giovane si trova a mettere in discussione tutto il suo assetto psicologico, tende a reagire in modo attivo a quella mortificazione che prima aveva subito passivamente e la ripropone su di sé o sull’altro, anche mediante condotte molto violente. Spesso le motivazioni di questa rabbia sfuggono, o sono tanto banali e scarsamente significative da suscitare la necessità di una decodifica. Si parla di azioni senza apparente motivo, ma in realtà le motivazioni sono più complesse perché derivanti da molteplici fattori. Ne deriva quindi la necessità di un sostegno al minore, spesso multiproblematico, a cui si unisce la comparsa di nuove esigenze, accanto a bisogni primari di attaccamento, autonomia, autostima, e la necessità inevitabile di costruirsi un’entità a sé stante.
La trasmissione culturale da una generazione all’altra avviene oggi in gran parte grazie alla mediazione dei grandi apparati globali della comunicazione. Nuove forme di realizzazione del sè si verificano sulla base di modalità di significazione della realtà parallele rispetto a quelle veicolate dallo scambio reale tra soggetti umani, come quelle mass-mediatiche e quelle delle reti sociali.
E’ inevitabile considerare l’adesione, spesso acritica, da parte degli adolescenti a modelli comportamentali veicolati dai mass media talvolta in conflitto con il benessere individuale. Tale tendenza all’omologazione rappresenta una sorta di moderno rito di iniziazione.
© Copyright| Dott.ssa Marisol Settimi