Separarsi per appartenersi

I confini della famiglia con la famiglia

Quando una coppia si forma, non si incontrano soltanto due individui. Si incontrano due sistemi di valori, aspettative, due modi differenti di vivere le relazioni e anche due storie familiari.

Ogni relazione di coppia, quindi, si costruisce all’interno di una rete di legami già esistenti che possono influenzare in modo importante i due partner, a volte senza che se ne accorgano.

Nell’immaginario comune, inoltre, lo “stare bene insieme” spesso significa stare tutti insieme e condividere tutto: dai piccoli gesti della routine alle decisioni più importanti.

In realtà, se è vero che il coinvolgimento delle famiglie d’origine rappresenta un momento importante per la neo-coppia, certamente felice (e a volte impaziente) di annunciare la propria gioia ai propri cari, è anche vero che diventa presto naturale per i partner porre un confine che li separi dalle rispettive famiglie.

E questo non perché l’affetto svanisca, ma semplicemente perché è necessario rivedere quanto spazio la famiglia d’origine possa continuare a occupare.

Separarsi vs allontanarsi

Il punto non è tagliare i legami. Si tratta di separarsi, non di allontanarsi.

È vero: i due termini possono apparire sinonimi, eppure, da un punto di vista psicologico, esiste una profonda differenza.

Bowen, infatti, ha sottolineato che la separazione non ha a che fare con la rottura dei rapporti, bensì con la possibilità di riconoscersi come sistema autonomo rispetto ai sistemi familiari d’origine.

Ma come fare per raggiungere questo obiettivo?

Innanzitutto, ciascuna coppia dovrà sviluppare un progetto di vita condiviso, concordando quando e in che modo realizzarlo.

Inoltre, in questo processo è necessario definire i ruoli reciproci: in sostanza, è essenziale che ciascun partner possa apportare il proprio contributo al progetto di vita condiviso.

Infine, si dovrà giungere a una modalità condivisa di gestione delle difficoltà che emergono nella diade, in modo da affrontare il conflitto in maniera costruttiva, arrivando a soluzioni di compromesso che soddisfino i bisogni di entrambi i partner.

In sintesi, separarsi non significa allontanarsi emotivamente, ma differenziarsi psicologicamente per costruire una relazione autentica, soddisfacente e soprattutto più stabile di fronte a eventi inattesi e, a volte, destabilizzanti, primo fra tutti l’arrivo di un figlio.

Quando la coppia diventa famiglia: a cosa servono i confini?

Con la transizione alla genitorialità, la coppia è chiamata a ristrutturarsi completamente in funzione di una terza persona, fisicamente e psicologicamente dipendente da loro.

Il periodo dell’attesa e della nascita successiva rappresenta quindi un momento cardine, perché i partner si confrontano su diversi interrogativi: il luogo e il tipo di parto, il professionista o i professionisti a cui rivolgersi, l’allattamento al seno o con latte artificiale, la predisposizione degli spazi, la scelta delle strategie educative e così via.

A questi elementi si aggiunge la presa di consapevolezza che la relazione cambierà, che il duo diventerà un trio e che, talvolta, le energie investite nel bambino potranno essere maggiori rispetto a quelle investite nella relazione.

E, soprattutto, la neo-famiglia è chiamata a delineare, rispetto alle famiglie di appartenenza, una linea di demarcazione “sufficientemente permeabile”, in modo da favorire momenti di scambio evitando interferenze.

In sostanza, è proprio in questo momento del ciclo di vita che si gioca il tutto per tutto.

Durante questa fase, infatti, le coppie che sapranno mantenere un equilibrio adeguato tra condivisione e separazione con le proprie famiglie saranno quelle che riusciranno a godere maggiormente degli effetti positivi associati ai confini.

Diverse ricerche dimostrano ormai che confini sani si associano a più alti livelli di benessere, minore conflittualità nella coppia e minore stress, ma anche a uno sviluppo più positivo per il bambino. I partner, infatti, potranno crescerlo con maggiore coerenza educativa, meno intromissioni ed essere, in generale, più alleati nell’espletamento del ruolo genitoriale.

…E se i confini non ci sono?

I rischi connessi all’assenza di confini si manifestano sia nella relazione di coppia sia nella relazione genitori-figli.

Nell’ambito della coppia, confini assenti predispongono con maggiore probabilità a situazioni che, a lungo andare, finiscono per mettere in crisi la stabilità dei partner.

È il caso, ad esempio, di uno o di entrambi i membri della coppia che dipendono in modo significativo dai propri genitori, chiedendo loro di occuparsi del figlio fino addirittura a delegarne completamente la crescita.

Altrettanto pericolosa è l’intromissione della famiglia d’origine nei momenti di scontro e conflitto della coppia, soprattutto se questi hanno come tema il bambino.

In questi casi, infatti, alcune tra le principali conseguenze sono:

  • Triangolazione. Questo termine si riferisce a una dinamica nella quale un partner si allea con il proprio genitore al fine di screditare l’altro o togliere legittimità ai suoi bisogni e alle sue richieste.E questo, di certo, non rappresenta un toccasana per la stabilità della coppia.
  • Percezione di incoerenza educativa da parte del bambino. In questo caso, l’interferenza di un nonno o di una nonna sull’educazione del figlio — che il genitore può lasciare correre o addirittura richiedere espressamente — genera sentimenti di confusione e incoerenza, poiché accade frequentemente che le indicazioni dei nonni siano completamente diverse da quelle genitoriali.Tutto ciò è ancora più grave quando il bambino è piccolo e ha bisogno, più di qualunque altra cosa, di coerenza e prevedibilità.

E se consideriamo che i modelli educativi, adeguati o inadeguati, si trasmettono di generazione in generazione, diventa ancora più semplice comprendere l’importanza di confini opportunamente stabiliti.

In definitiva, la capacità di “separarsi per appartenersi”, come suggerisce il titolo, dovrebbe essere considerata un passaggio imprescindibile sin dalle prime fasi di formazione della coppia.

È proprio questa capacità a rendere possibile una maggiore stabilità e serenità di coppia e familiare.

Al contrario, la sua assenza espone con maggiore probabilità a dinamiche che possono minacciare l’equilibrio dei partner e la serenità dei figli.

In questo delicato equilibrio tra vicinanza e distanza, tra appartenenza e autonomia, si gioca dunque la possibilità di costruire relazioni familiari più consapevoli, mature e capaci di affrontare le inevitabili trasformazioni del tempo.

Per approfondire

  • Bronfenbrenner, U. (1986). Ecologia dello sviluppo umano. Il Mulino.
  • Bowlby, J. (1989). Una base sicura: Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Raffaello Cortina Editore.
  • Carter, B., McGoldrick, M., & Garcia-Preto, N. (2015). Il ciclo di vita della famiglia. Raffaello Cortina Editore.
  • Minuchin, S. (1976). Famiglie e terapia della famiglia. Astrolabio.
  • Bowen, M. (1980). Dalla famiglia all’individuo: La differenziazione del sé nel sistema familiare. Astrolabio.
  • Walsh, F. (2008). La resilienza familiare. Raffaello Cortina Editore.
  • Winnicott, D. (1974). Sviluppo affettivo e ambiente. Armando Editore.
  • Satir, V. (1995). Psicoterapia della famiglia. Feltrinelli.

 

Psicologa Dott.ssa Erica Calogera Avanzato