Perché la vita è così difficile da grandi?

La domanda di un bambino e la scoperta che si può diventare adulti senza sentirsi pronti per tutto.

«Perché la vita è così difficile da grandi?»

Me lo ha chiesto mio figlio. Il lavoro, le responsabilità, le decisioni: sono le prime risposte che vengono in mente. E sono risposte vere. Eppure, per provare a rispondergli, sento il bisogno di fermarmi anche su qualcosa di meno evidente: la sorpresa di essere diventati adulti e sentirsi, in certi momenti, ancora impreparati.

Da piccoli possiamo immaginare che i grandi sappiano come si fa. Prendono appuntamenti, guidano, decidono. Visti da fuori, questi gesti possono assomigliare alla sicurezza. Poi ci troviamo dall’altra parte: siamo noi a firmare, a organizzare, a scegliere. E scopriamo che possiamo fare tutto questo avendo ancora paura di sbagliare. Possiamo occuparci di qualcuno e desiderare, nello stesso momento, che qualcuno si occupi un po’ di noi.

Forse una parte della difficoltà comincia proprio qui: ci aspettavamo che, insieme all’età, sarebbe arrivata una sensazione più stabile di sapere che cosa fare. Invece alcune cose continuiamo a impararle mentre ci succedono.

Accade quando dobbiamo prendere una decisione importante per una persona cara, oppure quando un rapporto cambia e le parole che conoscevamo non bastano più. L’esperienza può aiutarci, ma ogni situazione porta anche qualcosa che non abbiamo ancora incontrato. Essere grandi significa spesso dover scegliere prima di sentirsi completamente pronti.

E scegliere ha un peso. Quello che desideriamo si intreccia con ciò che possiamo permetterci e con i bisogni delle persone coinvolte. Possiamo accettare un’opportunità ed essere dispiaciuti per ciò che lasciamo. Prendere una decisione necessaria e continuare a sentirne il costo. Ci sono scelte nelle quali nessuna opzione ci risparmia del tutto una rinuncia.

Anche dopo aver deciso con attenzione, rimane qualcosa che sfugge al nostro controllo. L’impegno non garantisce il risultato. Voler bene a una persona non ci permette di proteggerla da tutto. È difficile assumersi una responsabilità e, insieme, riconoscere questo limite.

Poi ci sono le difficoltà che non abbiamo scelto. Una malattia, la precarietà economica, la mancanza di sostegno. Un carico di cura che occupa quasi tutta la giornata. Le condizioni di vita contano, e le risorse a disposizione sono diverse per ciascuno. A volte servono aiuti economici, cure accessibili o qualcuno con cui dividere le responsabilità. La possibilità di vivere meglio passa anche da cambiamenti concreti nelle condizioni in cui viviamo.

Dentro questa realtà prende forma un’esperienza più intima: il confronto con la vita che avevamo immaginato.

A quest’età pensavo che avrei trovato il mio posto. Credevo che avrei avuto meno dubbi. Immaginavo che certe cose sarebbero andate diversamente.

Può essere doloroso riconoscere la distanza tra ciò che speravamo e ciò che c’è. Anche quando nella nostra vita ci sono cose belle. Essere grati per un legame può convivere con la mancanza di un progetto rimasto incompiuto. Apprezzare quello che abbiamo costruito può accompagnarsi al dispiacere per una possibilità che si è chiusa.

Talvolta dobbiamo rivedere persino l’idea che avevamo di noi: il lavoro che avremmo fatto, la famiglia che immaginavamo, la persona che pensavamo di diventare.

Forse essere grandi è difficile anche perché dobbiamo conoscere la vita che abbiamo, mentre facciamo ancora i conti con quella che aspettavamo.

In quel confronto può comparire un giudizio: «Se la mia vita non è come avevo previsto, ho sbagliato qualcosa». Quanto spazio lasciamo a questa frase? Quali scelte facciamo quando la trattiamo come una conclusione definitiva su di noi?

L’Acceptance and Commitment Therapy, conosciuta come ACT, invita a osservare il rapporto che abbiamo con questi pensieri. Attraverso la defusione cognitiva impariamo a riconoscerli come attività della mente e a notare quanto guidino il nostro comportamento. «Avrei già dovuto capire tutto» può diventare: «Mi accorgo che sto pensando di dover avere già capito tutto». La difficoltà rimane, ma possiamo esaminare quella richiesta prima di lasciarle decidere il nostro prossimo passo. [1]

Magari stiamo affrontando qualcosa per la prima volta. Oppure abbiamo bisogno di tempo e di un confronto. Possiamo riconoscerlo e scegliere come procedere, anche con un dubbio ancora aperto.

È parte di ciò che l’ACT definisce flessibilità psicologica: entrare in contatto con l’esperienza presente e scegliere se proseguire o cambiare comportamento, considerando la situazione e i propri valori. Fare spazio alle emozioni difficili può accompagnarsi all’azione sulle circostanze, anche attraverso un limite o una richiesta di aiuto. [3]

Questo lascia aperta una possibilità anche quando un progetto si interrompe. I valori, nell’ACT, riguardano le qualità con cui desideriamo agire e possono orientare scelte diverse nel tempo. Il desiderio di imparare, per esempio, può trovare espressione anche in un percorso professionale inatteso. La cura può prendere la forma di una presenza, di un aiuto offerto o della disponibilità a riceverlo. [1]

La domanda diventa allora più vicina alla giornata che stiamo vivendo: «Con le possibilità che ho oggi, a che cosa voglio dedicare un po’ di attenzione?».

Resta una parte della domanda di mio figlio davanti alla quale ogni spiegazione è incompleta. Ci sono perdite che fanno male anche quando le comprendiamo. Ci sono situazioni nelle quali facciamo il possibile e vorremmo poter fare di più. Avere un’età adulta, un ruolo o delle competenze può convivere con il bisogno di essere ascoltati e rassicurati.

Vorrei poter dire anche questo a mio figlio. Insieme, però, desidero raccontargli il resto della vita.

Il piacere di scegliere qualcosa che ci somiglia. Un’amicizia nella quale possiamo parlare liberamente. La soddisfazione di accorgerci che abbiamo imparato a fare qualcosa che ci sembrava difficile. E quei momenti ordinari nei quali si sta bene: una conversazione che continua più del previsto, una risata a tavola, il tempo passato insieme senza dover risolvere nulla.

Anche queste esperienze appartengono alla vita dei grandi. Vorrei che trovassero posto nella mia risposta, perché il futuro di mio figlio contiene possibilità che oggi nessuno dei due sa immaginare.

Gli direi così:

«Da grandi ci sono più cose di cui occuparsi. A volte dobbiamo scegliere senza sapere come andrà, e alcune cose fanno male anche quando cerchiamo di fare tutto bene. Anche noi abbiamo paura e abbiamo bisogno di aiuto.

Ma crescendo scopri anche che cosa ti piace, quali persone vuoi accanto, che cosa desideri fare. Potrai cambiare idea. Imparerai cose che adesso non conosci, e alcune ti piaceranno moltissimo. Essere grandi comprende anche questo».

È ciò che vorrei lasciargli: la possibilità di desiderare il proprio futuro, sapendo che ci saranno difficoltà e che potrà affrontarle anche insieme agli altri.

E mentre cerco le parole per rispondere a lui, mi accorgo che riguardano anche me. Perché anch’io sono adulta, e ci sono ancora cose che devo imparare.

Vorrei che crescesse sapendo che potrà venire a dirmi «non so come si fa». E vorrei ricordarmi che posso dirlo anch’io.

Bibliografia

[1] Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2012). Acceptance and commitment therapy: The process and practice of mindful change (2ª ed.). Guilford Press.

[2] Macri, J. A., & Rogge, R. D. (2024). Examining domains of psychological flexibility and inflexibility as treatment mechanisms in acceptance and commitment therapy: A comprehensive systematic and meta-analytic review. Clinical Psychology Review, 110, 102432.

[3] Association for Contextual Behavioral Science. (s.d.). Acceptance & Commitment Therapy (ACT).

Psicologa Dott.ssa Sabrina Maria Gatto