Cosa nasconde quel piatto? Oltre il cibo, dove il controllo prova a curare il dolore

 

Ci sono persone che passano gran parte della giornata a pensare al cibo.

Non perché abbiano fame.

Ma perché, senza rendersene conto, il cibo è diventato il modo attraverso cui cercano di gestire qualcosa che fa molto più male.

Un’emozione.

Una paura.

Un senso di inadeguatezza.

Un vuoto.

Un bisogno di controllo.

E, da fuori, tutto questo spesso non si vede.

Si vede soltanto ciò che la persona mangia.

O ciò che evita di mangiare.

Si vede un corpo.

Un numero sulla bilancia.

Un piatto lasciato a metà.

Ma quasi mai si vede ciò che sta succedendo dentro.

Quando il problema non è il cibo

Nel mio lavoro incontro persone che arrivano convinte che il problema sia il loro rapporto con il cibo.

Con il tempo scoprono che il cibo è soltanto la parte più visibile.

Sotto ci sono spesso emozioni difficili da gestire.

La paura di non essere abbastanza.

Il bisogno di sentirsi all’altezza.

La sensazione di perdere continuamente il controllo.

La difficoltà nel riconoscere e dare spazio ai propri bisogni.

Per questo, un Disturbo del Comportamento Alimentare, oggi definito anche Disturbo della Nutrizione e dell’Alimentazione, non è mai semplicemente un problema alimentare.

È una sofferenza psicologica che, attraverso il rapporto con il cibo, cerca di esprimere bisogni, emozioni e vissuti che spesso non riescono a trovare altre parole.

Il controllo che sembra proteggere

Molte persone immaginano che chi soffre di un disturbo alimentare non provi fame.

In realtà, molto spesso, la fame c’è.

Ma quella fame viene combattuta.

Controllata.

Messa a tacere.

Perché il bisogno più forte non è quello di mangiare o di non mangiare.

È quello di sentire di avere il controllo.

Quando dentro tutto sembra troppo intenso, imprevedibile o doloroso, controllare il cibo può dare l’illusione di riuscire finalmente a controllare anche sé stessi.

Per un momento sembra funzionare.

Ma quel sollievo dura poco.

E il controllo, lentamente, smette di essere una scelta.

Diventa una prigione.

Un disturbo alimentare non è una scelta

Una delle convinzioni più diffuse è che chi soffre di un disturbo alimentare potrebbe smettere semplicemente mangiando.

Purtroppo non è così.

Un Disturbo del Comportamento Alimentare, o Disturbo della Nutrizione e dell’Alimentazione, non nasce da un piatto.

Nasce da una sofferenza.

Il controllo sul cibo diventa una strategia per affrontare emozioni che sembrano troppo grandi.

Una strategia di sopravvivenza.

Non una soluzione.

Ed è proprio questo che rende così difficile uscirne senza un aiuto adeguato.

Proprio perché il disturbo può sembrare, almeno inizialmente, una strategia capace di proteggere dalla sofferenza, chiedere aiuto non è sempre semplice.

Spesso significa rinunciare a qualcosa che, per molto tempo, ha dato l’illusione di sentirsi al sicuro.

Dietro il sintomo c’è sempre una persona

I Disturbi del Comportamento Alimentare possono colpire adolescenti, giovani adulti e adulti.

Possono riguardare donne e uomini.

Persone di qualsiasi età, peso e storia.

Non esiste un volto unico.

Per questo è importante ricordare che nessuno coincide con il proprio disturbo.

Una diagnosi descrive una sofferenza.

Non definisce il valore di una persona.

I disturbi alimentari non sono tutti uguali

Quando si parla di Disturbi del Comportamento Alimentare, molte persone pensano immediatamente all’anoressia nervosa o alla bulimia nervosa.

In realtà, oggi si parla più correttamente di Disturbi della Nutrizione e dell’Alimentazione, proprio per sottolineare quanto queste condizioni siano eterogenee e non riconducibili a un’unica forma di sofferenza.

Oltre all’anoressia nervosa e alla bulimia nervosa, fanno parte di questo gruppo anche il Disturbo da Alimentazione Incontrollata, conosciuto anche come Binge Eating Disorder, e la pica, caratterizzata dall’ingestione persistente di sostanze non alimentari.

Esistono inoltre condizioni sempre più studiate, come la drunkoressia, nella quale il controllo dell’alimentazione si associa al consumo di alcol, e l’ortoressia, caratterizzata da una ricerca rigida e ossessiva di un’alimentazione considerata “perfettamente sana”.

Vi sono poi quadri clinici correlati, come la vigoressia, in cui la preoccupazione per la muscolatura e per l’immagine corporea diventa il centro della propria vita.

Pur manifestandosi in modi molto diversi tra loro, queste condizioni condividono spesso un elemento fondamentale: il cibo, il corpo o il controllo diventano il linguaggio attraverso cui una sofferenza psicologica cerca di esprimersi.

Per questo motivo, non è possibile comprendere un disturbo alimentare osservando soltanto il peso, l’aspetto fisico o ciò che una persona mangia.

La sofferenza può assumere forme molto diverse.

Ma merita sempre lo stesso ascolto, la stessa attenzione e la stessa cura.

Cosa può fare un percorso psicologico?

Molte persone pensano che l’obiettivo della terapia sia far tornare tutto come prima.

In realtà, il primo passo è un altro.

Comprendere.

Comprendere quale funzione abbia avuto quel disturbo.

Quale dolore abbia cercato di contenere.

Quale bisogno abbia provato a soddisfare.

Solo quando una persona non è più costretta a usare il controllo sul cibo per sopravvivere alle proprie emozioni può iniziare a costruire modi nuovi, più sani e più liberi per prendersi cura di sé.

Dietro un Disturbo del Comportamento Alimentare non c’è mai soltanto il cibo.

C’è una storia.

Ci sono emozioni che non hanno trovato parole.

Ci sono bisogni rimasti inascoltati.

Ci sono persone che, spesso per molto tempo, hanno creduto di dover affrontare tutto da sole.

Molte persone convivono per anni con un disturbo alimentare pensando che il problema sia il cibo.

Spesso il cambiamento inizia quando riescono a capire che il vero nemico non è ciò che hanno nel piatto, ma la sofferenza che stanno cercando di gestire da sole.

Per questo, il primo passo non è chiedere:

«Perché non riesci semplicemente a mangiare?»

Forse la domanda da cui partire è un’altra:

«Che cosa stai cercando di affrontare attraverso quel controllo?»

Perché dietro ogni disturbo alimentare c’è una persona.

Una persona che ha imparato a sopravvivere come ha potuto.

E che merita di essere aiutata a trovare modi nuovi, più liberi e più gentili per prendersi cura di sé.

Perché nessuno dovrebbe affrontare questa sofferenza da solo.

Psicologa Dott.ssa Sabrina Maria Gatto