Non riesci a fermarti: quando l’ansia ti ruba il sonno (e il diritto di riposare)

ABSTRACT

​​Ti sdrai stanco ma la mente non si ferma. Non è solo insonnia: spesso è il momento in cui emerge ciò che durante il giorno riesci a tenere sotto controllo.

Quando la giornata finisce ma dentro di te no

Ci sono sere in cui ti dici che finalmente puoi fermarti. Non perché tutto sia perfetto, ma perché hai fatto abbastanza. Hai retto la giornata, hai risposto a quello che c’era da fare, hai rimesso a posto le cose come potevi.

Ti sdrai e per un attimo sembra quasi possibile lasciarsi andare.

Poi però succede una cosa molto riconoscibile per chi ci passa.

La testa riparte.

Non è un pensiero solo. Non è un’ansia “chiara”. È più una specie di riattivazione diffusa, come se nel momento in cui fuori si spegne tutto, dentro si accendesse altro. Cose rimaste in sospeso, frammenti della giornata, anticipazioni del giorno dopo.

E tu resti lì, con il corpo stanco e la mente no.

Molte persone lo raccontano nello stesso modo: “sono stanco morto ma non riesco a dormire”.

Di solito però questa frase porta fuori strada. Perché sembra parlare di sonno, quando in realtà parla di altro.

Il punto non è il sonno

Il sonno, in sé, non è un gesto semplice. Non è uno spegnimento.

È più un passaggio delicato in cui il sistema nervoso deve lasciare andare il controllo.

E qui spesso si vede qualcosa che la ricerca sull’insonnia ha descritto bene da anni: non è solo una questione notturna. In molti casi c’è una forma di attivazione che resta alta anche durante il giorno, anche quando non ce ne accorgiamo del tutto (Riemann et al., 2010; Harvey, 2002).

Non è che “non sei stanco”.

È che una parte di te non smette di restare in avanti.

La sera cambia qualcosa che non si vede subito

Molte persone dicono che il problema è la notte.

In realtà, spesso, il momento più sensibile è prima. È quel passaggio in cui smetti di fare.

Durante il giorno tutto è più chiaro: c’è un ritmo, ci sono richieste, c’è un’esternalità che ti tiene dentro una forma.

Poi arriva la sera e quella forma si allenta.

E in quell’allentamento non arriva il vuoto, almeno non subito. Arriva qualcosa di più ambiguo. Pensieri, sì, ma anche una specie di irrequietezza fisica. A volte una sensazione difficile da nominare, come se il corpo non fosse convinto di potersi fermare.

Ed è qui che spesso succede una cosa molto umana: si riempie lo spazio.

Telefono, video, attività piccole. Non per distrazione. Più per evitare di sentire troppo rapidamente il passaggio dal fare al non fare.

Non è controllo del tempo, è gestione interna

Una cosa che emerge spesso nella pratica è che il “rimandare il sonno” non è quasi mai una questione di organizzazione.

Ha più a che fare con quello che succede internamente quando tutto rallenta.

La letteratura sulla regolazione emotiva lo descrive bene: a volte non evitiamo il sonno, evitiamo lo stato interno che arriva quando smettiamo di essere attivi (Sirois & Pychyl, 2013).

Non è una scelta razionale.

È un adattamento.

L’ansia come qualcosa che non fa rumore

L’ansia, qui, raramente è quella che si immagina.

Non sempre è agitazione evidente.

Più spesso è una forma di attivazione continua, quasi silenziosa. Una tendenza a restare in anticipo sulle cose, a monitorare, a non abbassare del tutto la soglia di attenzione.

E questo ha un effetto molto concreto: la sera non viene percepita come uno spazio sicuro.

Viene percepita come uno spazio senza controllo.

E per il sistema nervoso questo cambia tutto.

C’è una domanda che non sempre viene detta

A un certo punto, osservando questi pattern, emerge spesso qualcosa che non viene formulato chiaramente.

Non è “perché non dormo”.

È più qualcosa come: cosa succede se smetto davvero?

Perché per alcune persone fermarsi non è neutro.

È uno spazio in cui emergono cose che durante il giorno restano tenute insieme dall’attività. Pensieri, sì, ma anche emozioni e sensazioni corporee che non hanno trovato spazio.

E se per tanto tempo il modo di reggere è stato il fare, il fermarsi può diventare improvvisamente molto pieno.

Il paradosso della stanchezza attiva

Una delle cose più confuse è sentirsi contemporaneamente stanchi e attivati.

Il corpo chiede di dormire, ma la mente non segue.

Non è una contraddizione. È una mancata sincronizzazione tra sistemi diversi.

In psicofisiologia si parla spesso di iperarousal: una condizione in cui il sistema di attivazione resta più alto di quanto servirebbe per il recupero.

E il sonno, in questo stato, non arriva non perché manca la stanchezza, ma perché manca la possibilità di lasciarsi andare.

Il valore personale dentro tutto questo

C’è un livello che spesso entra in gioco senza essere riconosciuto subito.

Per molte persone il valore è legato al fare.

Essere produttivi, presenti, utili.

E quando questo schema è attivo, il riposo può diventare ambiguo. A volte quasi colpevole. Come se fermarsi togliesse qualcosa invece di restituire.

Non è una questione di pensiero consapevole. È qualcosa che si sente, anche senza dirlo.

Non è il sonno il centro

Con il tempo diventa abbastanza evidente che il tema non è “imparare a dormire meglio”.

Il punto è arrivare a un punto interno in cui fermarsi non sia un problema.

Perché il sonno, in fondo, è una conseguenza.

Non una prestazione.

Se ti ci ritrovi

Molte persone si riconoscono in questo tipo di funzionamento più di quanto pensino all’inizio.

Rimandare il momento di andare a letto anche quando si è stanchi. Sentire la mente accendersi appena ci si sdraia. Oppure vivere la sera come l’unico momento in cui si riesce davvero a “sentirsi”, anche se poi questo ha un costo.

Non è mancanza di disciplina. È un’organizzazione interna che nel tempo ha avuto una sua funzione.

Una cosa che spesso cambia lo sguardo

Non è tanto imparare a dormire.

È iniziare a notare cosa succede quando non stai facendo nulla.

E questo, spesso, è il punto più sensibile.

Una direzione possibile

Non c’è una soluzione immediata.

Ma c’è qualcosa che, nella pratica clinica, ha un impatto reale: iniziare a osservare senza correggere subito.

Perché spesso il cambiamento non parte dal controllo.

Parte dal riconoscimento di quello che sta succedendo nel momento in cui ti fermi.

Quando questo diventa troppo pesante

Se questa dinamica è frequente e inizia a incidere sul tuo benessere, non è solo un tema di sonno.

È un tema di regolazione interna.

E in questi casi avere uno spazio in cui poterlo leggere insieme a qualcuno può aiutare a capire meglio cosa sta mantenendo questo stato di attivazione.

Riferimenti bibliografici

  • Harvey, A. G. (2002). A cognitive model of insomnia. Behaviour Research and Therapy, 40(8), 869–893.
  • Riemann, D., Spiegelhalder, K., et al. (2010). The hyperarousal model of insomnia. Sleep Medicine Reviews, 14(1), 19–31.
  • Sirois, F. M., & Pychyl, T. A. (2013). Procrastination and the priority of short-term mood regulation. Social and Personality Psychology Compass.
  • Espie, C. A. (2002). Insomnia: Conceptual issues in the development, persistence, and treatment. Annual Review of Psychology.
  • Spielman, A. J. (1987). Behavioral models of insomnia. Sleep Medicine Reviews.

 

Psicologa Dott.ssa Nicole Giordano