Quando il futuro che avevi immaginato non arriva
Ci sono momenti nella vita in cui il dolore non nasce soltanto da ciò che abbiamo perso.
Nasce da ciò che avevamo immaginato.
Dal futuro che pensavamo ci aspettasse.
Dalla persona che credevamo di diventare.
E spesso questa sofferenza passa inosservata.
Perché nessuno vede ciò che non è mai esistito.
Nessuno vede i progetti che avevamo costruito nella nostra mente.
Nessuno vede le aspettative che avevamo per noi stessi.
Eppure possono fare molto male.
Quando la vita prende una strada diversa
C’è lo studente che immaginava un percorso universitario lineare.
E che si ritrova a fare i conti con esami rimandati, difficoltà inattese o una diagnosi che cambia il modo in cui guarda a sé stesso.
C’è il ragazzo che scopre di avere un DSA o un ADHD.
E che improvvisamente inizia a rileggere anni di fatica con occhi diversi.
C’è chi riceve una diagnosi medica.
Chi deve rinunciare a un progetto.
Chi affronta una separazione.
Chi perde un lavoro.
Chi lotta con un disturbo alimentare e si accorge che la battaglia non riguarda soltanto il cibo.
Chi si guarda indietro e si chiede come sarebbe stata la propria vita se alcune cose fossero andate diversamente.
Situazioni diverse.
Una stessa esperienza.
La sofferenza che spesso non riusciamo a nominare
Nel mio lavoro incontro spesso persone che non stanno soffrendo soltanto per ciò che è accaduto.
Stanno soffrendo per il confronto continuo tra la vita che stanno vivendo e quella che avevano immaginato.
È una sofferenza che vedo negli adolescenti che si sentono indietro rispetto ai propri compagni.
Negli universitari che pensavano di laurearsi prima.
Nei ragazzi che ricevono una diagnosi di DSA o ADHD e iniziano a chiedersi come sarebbe andata se lo avessero saputo anni prima.
Nei genitori che immaginavano un percorso diverso per i propri figli.
Nelle persone che si trovano a dover riscrivere progetti che consideravano certi.
Molte di loro non si sentono autorizzate a stare male.
Perché, in fondo, non hanno perso qualcosa che possedevano davvero.
Eppure continuano a soffrire.
Il dolore di ciò che non è accaduto
Quando pensiamo a una perdita, immaginiamo qualcosa che avevamo e che non abbiamo più.
Ma esistono perdite più silenziose.
La perdita di una possibilità.
La perdita di un progetto.
La perdita di una versione di noi stessi.
Quella che immaginavamo più sicura.
Più forte.
Più felice.
Più realizzata.
E spesso facciamo fatica a riconoscere questo dolore.
Perché ci diciamo che non dovremmo stare male.
Che c’è chi vive situazioni peggiori.
Che in fondo non abbiamo perso nulla di concreto.
Eppure continuiamo a soffrire.
Non stai soffrendo perché sei fragile
Stai soffrendo perché eri affezionato a qualcosa che per te aveva un significato.
Un sogno.
Un progetto.
Un’idea di futuro.
Un’immagine di te.
Le persone non si affezionano soltanto a ciò che hanno.
Si affezionano anche a ciò che sperano.
Per questo certe rinunce fanno male.
Per questo alcuni cambiamenti richiedono tempo.
Per questo, a volte, ci sentiamo bloccati tra ciò che è successo e ciò che avremmo voluto accadesse.
Quando il problema diventa l’identità
La difficoltà più grande arriva quando smettiamo di pensare:
“Le cose non sono andate come speravo.”
E iniziamo a pensare:
“Sono io il problema.”
È un passaggio sottile.
Ma importante.
Perché una delusione può diventare una ferita nell’autostima.
Una difficoltà può trasformarsi in un giudizio su sé stessi.
E una perdita può farci dimenticare tutto ciò che siamo ancora.
Cosa può fare un percorso psicologico?
Molte persone arrivano pensando di dover recuperare la vita che avevano immaginato.
In realtà il lavoro psicologico segue spesso una direzione diversa.
Aiuta a fare spazio al dolore.
A riconoscere ciò che è stato perso.
A lasciare andare ciò che non può più essere.
Ma soprattutto aiuta a costruire una nuova immagine di sé.
Non migliore.
Non peggiore.
Semplicemente reale.
Perché il punto non è diventare la persona che avevamo immaginato a diciotto, venti o trent’anni.
Il punto è imparare a riconoscere valore anche nella persona che siamo diventati.
Se c’è una cosa che ho imparato lavorando con adolescenti, giovani adulti e famiglie è questa:
molte persone passano anni a cercare di tornare alla vita che avevano immaginato.
E soffrono perché continuano a confrontare ciò che sono diventate con ciò che pensavano di diventare.
Ma una vita diversa non è necessariamente una vita sbagliata.
Un percorso diverso non è necessariamente un fallimento.
E una versione diversa di noi stessi non vale meno di quella che avevamo immaginato.
Molte persone passano anni a cercare di recuperare ciò che hanno perso.
Spesso il cambiamento inizia quando si concedono la possibilità di costruire qualcosa di nuovo.
Non perché ciò che avevano immaginato non fosse importante.
Ma perché continuare a guardare soltanto ciò che non è stato rischia di farci perdere di vista ciò che può ancora essere.
Perché non sempre possiamo scegliere ciò che accade.
Possiamo però scegliere come guardare a noi stessi mentre lo attraversiamo.
E a volte la crescita inizia proprio quando smettiamo di chiederci:
“Perché non sono diventato la persona che avevo immaginato?”
E iniziamo a domandarci:
“Chi posso diventare, partendo da dove sono oggi?”